domenica 9 marzo 2008

E' MORTO IL PROFESSORE "BARBA"

La comunità di Cardeto e tutti gli appassionati del folklore si stringono intorno a tutti i familiari per la triste perdita di colui che è stato per anni e lo continuerà ad essere per sempre il condottiero del gruppo folk Asprumunti di Cardeto. Siamo addolorati per la morte del professore Domenico Fedele detto "Micu Barba" coscienti che si porterà con lui u sonu d'organetto e tamburedu!!!
Ciao professore!!!

giovedì 11 ottobre 2007

Quando la Calabria era la Detroit del Sud

Accanto a quei settori produttivi che potevano svilupparsi sulla trasformazione di materie prime agricole o della pesca, nell'Ottocento i calabresi tentarono anche la strada dell'industrialesimo staccato dalle vocazioni del territorio. Si avviò così un promettente settore industriale di pura trasformazione di materia prima anche importata.Ed è questo il caso delle concerie. L'edificio a quattro piani, i cui due superiori sono chiaramente aggiunti, ora destinato ad Istituto religioso, è quanto resta della fabbrica per concia di cuoio e pelli, fondata a Tropea, nel 1825, dall'imprenditore Mazzitelli. Realizzata alla marina, vicino al porto, ed alimentata da due ruscelli, la fabbrica entrò in produzione nel 1827. La spesa iniziale ammontò alla somma cospicua di 40.000 ducati, che comunque nei quasi trenta anni di attività, si rivelarono un ottimo investimento. Alla morte del proprietario la fabbrica fu ceduta per una somma tre volte maggiore di quella iniziale, mentre l'utile annuo era oscillato dal 4 al 7 per cento del capitale investito. Il Mazzitelli si avvalse sin dagli inizi di maestranze francesi, ed assunse un direttore, un capo operaio e quattro cuoiai di Marsiglia, città famosa per concerie e per fabbriche di saponi. Dopo i primi quattro anni non incoraggianti, un ulteriore finanziamento di 20.000 ducati, ed un nuovo direttore, sempre francese, lanciarono definitivamente la fabbrica, al punto che, una diecina d'anni dopo, il Mazzitelli, con altri soci, aprì una seconda conceria a Tropea. II successo dei prodotti era assicurato dalla bontà della concia di sughero della regione e dalla razionalità dell'impianto produttivo delle due fabbriche. Il ciclo lavorativo durava da sei mesi a un anno e trasformava pelli appena scuoiate, soprattutto di vitello, in suole e pelli ammorbidite. Nella "Riviera" in cuoi venivano puliti con soluzioni di calce; nella "Correderia" venivano poi seccati, compressi e colorati. Per rendere le pelli morbide veniva usato anche olio di balena. Le due fabbriche, intorno al 1840, impiegavano circa 80 operai. Esportavano soprattutto nel Regno, a Trieste, Marsiglia ed Olanda ed ottennero premi e riconoscimenti in mostre e fiere nazionali.

Le distillerie
In Calabria era già sviluppata dai primi dell'Ottocento la distilleria del vino e della frutta per la produzione di spirito. Le fabbriche del settore, soprattutto reggine e cosentine, pur se di piccole dimensioni, avevano conquistato un mercato che, spesso, superava i confini regionali.Tra le distillerie ancora superstiti, attive piu' a lungo ed interessanti architettonicamente, c'è quella Mazzorano di Gioia Tauro. Realizzata verso la fine del 800 per la lavorazione delle sanze, raggiunse in breve una dimensione rilevante con oltre 6.000 metri quadrati di superfice. Ceduta alla Societa' Calabro-Lombarda, fu infine acquisita dalla Gaslini agli inizi del 1930 e resto' attiva fino alla guerra mondiale. L'impianto ed alcuni particolari architettonici sono di grande interesse. La fabbrica costituisce uno di quegli esempi di "archeologia industriale" per i quali è auspicabile il restauro ed il recupero per attivita' sociali in modo da contrastare il degrado che in breve finirebbe per distruggerla.

Le fonderie
Nel bel museo napoletano voluto da Riccardo discendente di Carlo Filangieri, sono conservate importanti testimonianze della cultura e delle arti meridionali. Cimeli di famiglia si mescolano a testimonianze che furono parte della storia dello sviluppo dell'industria nel meridione ed in Italia. Qui sono conservati i quadri commemorativi dei primi due ponti sospesi italiani, costruiti nel 1829 sui fiumi Garigliano e Calore, le cui strutture di ferro furono realizzate in Calabria. Catene, maglie, bulloni progettati dall'ingegnere napoletano Luigi Giura furono fusi nella fonderia statale di Mongiana ed in quella privata fondata nel 1824 dal principe Carlo Filangieri di Satriano, a Razzona di Cardinale. La ferriera dei Filangieri si inseri' nell'antica tradizione di fonderie calabresi, attive gia dal 1000, e che, dalla fine del 1700 aveva avuto un vigoroso impulso con la fondazione del nuovo centro siderurgico governativo di Mongiana, nei boschi delle Serre, che lavorava il minerale di ferro estratto dalle miniere di Pazzano. E fu proprio la presenza di abili artigiani per la lavorazione del ferro che permise ai Filangieri di stabilire in Calabria una ferriera, poiche', come privato, non poteva utilizzare il minerale, estratto dalle vicine miniere statali di Pazzano, e fu quindi costretto ad importarlo dall'isola d'Elba. Ma nonostante il considerevole onere del trasporto della materia prima, la ferriera crebbe rapidamente, iniziò con una sola fucina a tre fuochi, e via via si ampliò: dopo soli 10 anni aveva 3 fucine ad 8 fuochi ed un maglietto, con circa 200 operai addetti nei diversi settori. La ferriera fu quasi completamente distrutta dall'alluvione del 1855; restata inattiva per alcuni anni, fu infine venduta con i boschi che la circondavano e che erano serviti ad assicurarle la legna per ralimentazione dei forni. Si producevano soprattutto pani di ferro che venivano poi trasportati a Napoil per essere trasformati. In alcuni casi, pero', come per i ponti, la fonderia produsse manufatti completi. Come dicevano i francesi "Pas de fer sans foret" -- "Niente ferro senza foresta". Infatti renorme quantità di legna che trasformata in carbone, serviva alle fucine delle ferriere, gia' alla fine del 1500 aveva richiesto il sacrificio di grandi estensioni di boschi. E, ogni volta, le ferriere, per non allontanarsi troppo dai boschi, erano costrette a rincorrerli, itinerando sul territorio. Anche in Calabria, le antiche ferriere statali di Stilo, gia funzionanti sotto il governo angioino, aragonese, e poi durante il vicereame spagnolo, erano in uno stato di agonia per l'eccessiva lontananza di boschi ancora vergini. Per porre fine a questo stato di precarieta' e per poter realizzare una moderna e complesssa fonderia stabile, che richiedeva un investimento oneroso, Ferdinando IV di Borbone decise di crearne una nuova. La commisslone incaricata di stabilire la nuova località, scelse la confluenza di due fiumi, l'Alaro ed il Ninfo, che potevano assicurare la forza motrice, al centro di una grande estensione di alberi secolari di faggio e abeti, in una zona a cavallo tra i due mari, lo Ionio e il Tirreno. Iniziata l'8 marzo 1771, sotto la direzione di Francesco di Conty, la fonderia di Mongiana pote' dare i primi prodotti solo intorno al 1780. La costruzione aveva richiesto tempo: si dovette anche livellare il corso dei due fiumi per poter creare le cadute d'acqua necessarie a produrre il movimento di ruote e meccanismi dei processi di fusione. Il Gioffredo, architetto reale, progetto' queste opere idrauliche. Dalle viscere dei monti di Pazzano veniva estratto il minerale di ferro che era poi trasportato a Mongiana. Per migliorare le tecnologie, il governo invio' da Napoil a Mongiana gli scienziati Tondi, Melograni, Savaresi e Faicchio, reduci da un viaggio di aggiornamento in alcune tra le piu' industrializzate nazioni europee, Inghilterra, Francia, Sassonia. I sistemi di scavo furono migliorati e furono aperte nuove gallerie che si rivelarono molto ricche. Si riorganizzo' la forestazione e la carbonizzazione, regolamentando il taglio dei boschi secondo cicli che rispettavano i periodi della riproduzione. I sistemi che ancora oggi usano i carbonari delle Serre sono sorprendentemente simili a quelli descritti dai botanici agli inizi del 1800. I successivi eventi politici, (la Repubblica napoletana del 1798 e l'inizio dell'era murattiana) ebbero un'influenza negativa sull'attivita manufatturiera del Regno ed anche su Mongiana.Eppure fu proprio Gioacchino Murat ad imporre il decollo di Mongiana. Costretto dal blocco francese a dare impulso alla siderurgia, settore vitale per l'economia e l'indipendenza del Regno. Il paese sorto intorno alla fonderia in quel decennio si sviluppo' rapidamente con la costruzione di nuovi edifici e di abitazioni per gli operai. NeI 1814 Mongiana triplicò la sua precedente produzione ed arrivo' a 14.000 quintall di ferro, mentre fu decisa la costruzione di una fabbrica per componenti di fucile da assemblare poi nella Fabrica d'Armi di Torre Annunziata. Dopo il breve e fortunato periodo napoleonico, al ritorno dei Borboni subentro' un primo periodo di assestamento politico che raffreddo' nuovamente le iniziative industriali de Regno. Ma dal 1820 vi fu un cambio di tendenza nella politica del governo e la ripresa divenne sempre piu' consistente.Con Ferdinando II, nel 1830, per il paese inizio' un periodo di operosita' in un clima di riconquistata stabilita politica, pur se contrastata da ingerenze straniere, dell'Inghilterra soprattutto, che aveva in concessione lo sfruttamento dei giacimenti di zolfo siciliani e del carbon fossile calabrese, e che mal vedeva il rafforzarsi del Regno napoletano. Al fervore di iniziative promosse da giovane sovrano aderirono anche i privati. I settori tessile e metalmeccanico, in modo particolare, ebbero un rapido sviluppo, grazie anche al cospicuo afflusso di capitali stranieri che seguivano con interesse la politica economica del Regno ed i suoi progressi tecnologici. Nel Napoletano si consolido' la cantieristica col varo di numerose navi, tra cui "Il Ferdinando", primo vascello a vapore italiano. Mongiana benefico' di questa espansione delle manifatture e dei consumi, ed alla fonderia, nuovamente ampliata verso la fine del 1840, si affianco' il completamento della fonderia succursale della Ferdinandea, vicino Stilo, un interessante complesso dall'elegante disegno planimetrico, con reparti produttivi, appartamenti reali e per la truppa. Oggi, purtroppo, raccesso al complesso e' proibito dalla Societa' che lo ha di recente accquistato impedendo la visita ad uno dei monumenti piu' suggestivi ed interessanti della regione. Anche la viabilita' fu migliorata e fu aperto un nuovo tracciato per il porto di Pizzo, da cui venivano imbarcati i prodotti. Furono realizzate complesse opere di ingegneria e fu migliorato e completato il grande collegamento viario Napoli-Reggio che, fino all'apertura dell'Autostrada del Sole e' restato l'unico asse a unire la Calabria e la Sicilia al centro Italia.

Le armi
Lo stabilimento si arricchi' di una moderna ed elegante Fabbrica d'Armi, progettata nel 1852 dall'architetto Domenico Savino influenzato dal neoclassicismo allora di moda anche negli ediflci industriali. Particolarmente nuovo ed interessante e' l'uso della ghisa per la realizzazione delle colonne dell'atrio come simbolo delle attivita' dello stabilimento, quasi un'immagine pubblicitaria. La nuova Fabbrica era divisa in tre edifici degradanti lungo la china del colle, addossati al corso del fiume Ninfo da cui ricavavano la forza motrice. Vi era l'officina per i "limitatori di pezzi da batteria", e per i "fucinatori di canne e armi bianche". Nell'edificio, oltre agli uffici ed ai depositi, vi era anche la scuola per i figli degli operai. Fino al 1858 i pezzi prodotti dalla Fabbrica erano spediti per rassemblaggio alla Manifattura di Torre del Greco. Dopo l'installazione di una macchina per rigare le canne, Mongiana invio' fucili completi, pronti ad entrare in dotazione ai vari corpi militari. II personale impiegato nella Fabbrica d'Armi oscillo' tra cento e duecento addetti mentre in tutto il complesso di Mongiana lavoravano quasi 1.500 operai. In parte gli operai erano assunti come "filiati", cioe' esentati dal servizio di leva, ma in cambio restavano in forza allo stabilimento per dieci anni; gli altri, invece, pur avendo un rapporto di lavoro libero, regolato da reciproci diritti e doveri, erano obbligati a costruirsi l'abitazione a proprie spese. II villaggio, per la sua importanza strategica, era sotto il controllo del Corpo di Artiglieria, al cui comando vi era un colonnello con la funzione anche di sindaco. Durante il periodo borbonico, nonostante il governo non fosse particolarmente indulgente con il ceto operaio, le condizioni di vita degli addetti a Mongiana ed alle miniere di Pazzano non raggiunsero mai i livelli quasi sempre drammatici di altre nazioni, sia in Italia che in Europa. Manco' totalmente lo sfruttamento delle donne ed il lavoro minorile fu limitato a funzioni gregarie, con orari di lavoro ridotti. I ruderi della Fabbrica d'Armi, distrutta dapprima dall'alluvione del 1854 e poi dall'abbandono nel quale precipito' lo stabilimento dopo l'Unita' d'Italia, sono appena una pallida memoria, sconosciuta agli stessi calabresi d'oggi, di quelli che furono i successi ottenuti da Mongiana in fiere ed esposizioni a Napoli, Firenze, Londra. La fonderia con i suoi tre altoforni, tra i piu' alti dell'intero panorama siderurgico italiano dell'epoca, e con le modernissime macchine a vapore importate dall'Inghilterra, reggeva bene il confronto in campo nazionale, e sfornava circa 4.000 quintali annui di ghisa, il 20% del totale prodotto nel Regno delle Due Sicilie. Chiusa la Fonderia dopo l'Unita', la Fabbrica d'Armi fu dapprima declassata ad officina riparazioni e poi chiusa anch'essa. Nel 1873, infine, l'insieme degli stabilimenti venne ceduto all'asta a privati e comperato dal garibaldino Achille Fazzari.
Autore: Gennaro Matacena

mercoledì 12 settembre 2007

RIECCOMI !!!!

MI SCUSO PER LA PROLUNGATA ASSENZA (DOVUTA ALLE FERIE OVVIAMENTE) E VI INFORMO CHE A BREVE SARANNO DISPONIBILI NUOVE FOTO E NUOVI VIDEO DI CARDETO !!!!!

mercoledì 25 luglio 2007

Gli incendi continuano a non dare tregua

da www.ilquotidianodellacalabria.it

IL FUOCO continua a non dar tregua. Anche ieri, come negli ultimi due giorni, si sono registrati numerosi incendi che hanno mandato in fumo migliaia di ettari di vegetazione su tutto il territorio della periferia di Reggio Calabria e della sua provincia.
Già dalla mattinata di ieri il centralino del 115 è stato preso d'assalto da decine di segnalazioni per le fiamme sviluppatesi dalle sterpaglie; in alcuni casi, però, l'incendio si è alimentato al punto che le lingue di fuoco hanno raggiunto le abitazioni. Tre i casi più gravi: Cardeto, Mosorrofa e Motta San Giovanni.
La pineta nella vallata di Mosorrofa non esiste più. Due giorni fa il fuoco aveva già “visitato” la vallata, ieri ha completato l'opera. L'incendio è cominciato intorno alle ore 9 dalla zona della vecchia falegnameria, già distrutta anni fa dalle fiamme. La situazione diventa critica quando il fuoco raggiunge gli alberi della pineta. Le fiamme risalgono la vallata e arrivano a lambire le abitazionidella dirimpettaia Vinco.
Alle ore 17 Mosorrofa ancora un campo di battaglia. La collina su cui si abbarbicano le abitazioni è avvolta da una nebbia pungente, l'odore acre del fumo si insinua nei polmoni. Lungo le stradine irte si stagliano i grossi automezzi dei vigili del fuoco. Pochi metri per raggiungere l'area della vallata.
Ogni fontanella, ogni secchio, ogni pompa da giardino viene utilizzata dagli abitanti di Mosorrofa per aiutare i vigili del fuoco. Giovani, adulti, perfino le donne anziane si rendono utili, porgendo
da bere ai vigili stremati. “La popolazione di Mosorrofa - spiega un pompiere mentre si concede un breve attimo di riposo - è la più sensibile verso il rischio incendio e verso il nostro lavoro”.
Un lavoro reso difficile dalla zona impervia, ardua da raggiungere perfino a piedi. L'elicottero può far poco per domare il fuoco in quella vallata, così dalle 16 e 30 interviene la “copertura aerea” fornita da un Canadair.
La morfologia del terreno costringe il pilota a manovre “acrobatiche” per poter sganciare la schiuma estinguente sul bersaglio.
Nel frattempo si sentono i fragori di esplosioni provenienti dalla zona avvolta dalle fiamme, sono i serbatoi delle carcasse delle tante automobili lasciate a marcire nella “discarica” in fondo alla
vallata. Una dopo l'altra le esplosioni creano una nube nera che avvolge il costone. Sul cielo si vede un altro Canadair, intervenuto alle 16 e 25 a Cardeto, e “dirottato” alle 18 e 30 su Motta San Giovanni.
“Se solo fossero intervenuti ieri - si sfoga un abitante - avremmo limitato i danni”. I Canadair, però, sono pochi, come sono pochi i vigili del fuoco. Alla rabbia degli abitanti contro gli ignoti piromani, infatti, fa da contraltare il “senso di frustrazione” dei pompieri.
Non risparmiano le energie ma sono in numero troppo esiguo rispetto alle emergenze che quotidianamente devono affrontare in questa calda estate del 2007.


di FABIO PAPALIA

Le mani delle cosche sulle Omeca

Da www.giornaledicalabria.net

Operazione a Reggio della Polizia di Stato. Colpito il clan dei Labate che agisce nella zona Sud di Reggio


REGGIO CALABRIA. La Polizia di Stato di Reggio Calabria ha portato a termine una vasta operazione contro la criminalità calabrese, arrestando appartenenti alla cosca mafiosa dei “Labate”; numerose sono state le perquisizioni nei confronti degli esponenti dell’organizzazione, con l’impiego di centinaia di uomini della Polizia di Stato. I componenti dell’associazione, storicamente presente ed operante nel territorio urbano della zona sud di Reggio Calabria nei quartieri Sbarre e Gebbione, sono tutti accusati di essersi associati per acquisire, con il metodo intimidatorio e con l’uso di armi da fuoco ed esplosivi, il controllo del territorio e di attività commerciali e di imporre tangenti agli operatori economici della zona. L’operazione giunge al termine di una lunga ed articolata fase investigativa della Squadra Mobile di Reggio Calabria che ha permesso di far luce su gravi episodi di danneggiamenti avvenuti nella zona. La cosca operava le pressioni tramite minacce, percosse, invio di plichi contenenti proiettili, incendi di autovetture, in particolare nei confronti dei dirigenti e dei quadri dello stabilimento reggino “O.ME.CA.” facente capo alla “Breda Costruzioni Ferroviarie”. L’O.ME.CA opera nella produzione, la costruzione e la ristrutturazione di materiale rotabile ferroviario, costituendo con la propria attività il più grande sfogo occupazionale del capoluogo reggino. Le assunzioni di parte del personale sono state, talvolta, il frutto, non di scelte dettate dalle regole del libero mercato, bensì delle determinazioni imposte dagli appartenenti alla famiglia Labate, con l’evidente scopo non solo di favorire economicamente familiari e consociati assunti, ma anche di costituire una propria forte rappresentanza all’interno dell’azienda. La cosca ha anche costretto l’amministratore di una nota catena di supermercati ad acquistare due ulteriori punti vendita ad un prezzo doppio rispetto al reale valore. L’associazione criminale, inoltre, promuoveva ed organizzava, gestendo le relative scommesse, competizioni agonistiche non autorizzate, in particolare corse clandestine di cavalli, che venivano dopati per migliorarne le prestazioni. Le persone arrestate dalla polizia in esecuzione di un provvedimento restrittivo del Gip Natina Praticò sono: Pietro Labate, 56 anni, detenuto a Spoleto, ritenuto il capo dell’omonima cosca; Candeloro Caccamo, (74), detenuto per altra causa; Orazio Assumma, (48), pregiudicato; Canale Giuseppe Antonio Santo (39); Santo Gambello (32); Pietro Ielo (35); Roberto Roberti (35); Aurelio Lito (25); Antonino Gaetano Cacciamo (22); Angelo Caccamo (25); Fabio Caccamo (26); Giuseppe Marra (48); Oberto Mirandoli (23); Andrea Cuzzucoli (21); Benito Emanuele Labate (21); Giovanni Gullì (44); David Fumante (35); Carmelo D’Amico (34); Giovanni Caccamo (32); Pietro Pennestrì (30); Angiolo Messineo, (44); Cesare Graziano (44); Paolo Falcone (38); Pasquale Militano (23); Annunziato Nato (28) e Paolo Sicari (60). I ricercati, invece, sono: Michele Labate, 56 anni; Francesco Salvatore Labate (41); Antonino Labate (57); Santo Labate (50); Giovanni Caccamo (59); Fabio Morabito (36); Paolo Labate di Michele (22); Andrea Labate (23) e Paolo Labate di Antonino (23).

martedì 24 luglio 2007

VOTO DI SCAMBIO E INDULTO (O INSULTO - scegliete voi!!)

Segnalo un post pubblicato da Antonino Monteleone sul suo blog personale e che induce tutti noi a dei spunti riflessivi e che dimostra come la classe politica dirigente sia diventata oramai una casta di intoccabili che mira soltanto a tutelare ed incrementare un unico interesse: quello personale!!! (Francesco Trunfio)

Sfoglio Calabria Ora e scopro che l'incompatibilità del consigliere-poliziotto di Alleanza Nazionale, Massimo Labate (arrestato per voto di scambio e concorso esterno in associazione mafiosa), era stata sollevata dall'opposizione interpellando Sindaco, Presidente del Consiglio Comunale e prefetto De Sena.

Marco Minniti - oggi Vice Ministro agli Interni - presentò una interpellanza a risposta scritta all'allora Ministro degli Interni Beppe Pisanu denunciando la violazione dell'art. 63 del D.Lgs 267/2000.

Marco Minniti, che con la vittoria di Prodi è diventato Vice proprio in quel dicastero al quale scrisse chiedendo lumi sull'atteggiamento dell'amministrazione Scopelliti, non fece nulla per risolvere una situazione di conflitto persistente fino alla seconda settimana di Giugno (durante la quale Massimo Labate lasciò l'incarico di Presidente della Commissione tecnica di Controllo della Leonia Spa - che gestisce lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani a Reggio Calabria).

E' certo però che Marco Minniti qualcosa l'ha fatta "per" Massimo Labate.

Egli fa parte di quel magnifico squadrone di facce di cu*o che hanno votato l'indulto esteso anche al reato di voto di scambio (http://it.wikipedia.org/wiki/Voto_di_scambio) ex art. 416 ter del Codice Penale.

Antonino Monteleone

Qualcosa sull'indulto... (Francesco Trunfio)
Legge 241/2006 - INDULTO (http://it.wikipedia.org/wiki/Indulto)
"E' concesso indulto, per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006, nella misura non superiore a tre anni per le penedetentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie sole ocongiunte a pene detentive"
Riporto qui di sotto l'ex art. 416, 416 bis, 416 ter e preciso che l'indulto non si applica a:
10) 416, sesto comma (associazione per delinquere finalizzataalla commissione dei delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602 delcodice penale);
11) 416-bis (associazione di tipo mafioso);



416 Associazione per delinquere
1. Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni.

2. Per il solo fatto di partecipare all'associazione, la pena è della reclusione da uno a cinque anni.

3. I capi soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori.

4. Se gli associati scorrono in armi le campagne o le pubbliche vie, si applica la reclusione da cinque a quindici anni.

5. La pena è aumentata se il numero degli associati è di dieci o più.

416-bis Associazione di tipo mafioso(così modificato dall'articolo 1, comma 2, legge n. 251 del 2005)
1. Chiunque fa parte di un associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.


2. Coloro che promuovono, dirigono o organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da sette a dodici anni.

3. L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.

4. Se l'associazione è armata si applica la pena della reclusione da sette a quindici anni nei casi previsti dal primo comma e da dieci a ventiquattro anni nei casi previsti dal secondo comma.

5. L'associazione si considera armata quando i partecipanti hanno la disponibilità, per il conseguimento della finalità dell'associazione, di armi o materie esplodenti, anche se occultate o tenute in luogo di deposito. Se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti, le pene stabilite nei commi precedenti sono aumentate da un terzo alla metà.

6. Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego.

7. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alla camorra e alle altre associazioni, comunque localmente denominate, che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso.

416-ter. Scambio elettorale politico-mafioso
1. La pena stabilita dal primo comma si applica anche a chi ottiene la promessa di voti prevista dal terzo comma del medesimo articolo 416-bis in cambio della erogazione di denaro.

lunedì 23 luglio 2007

Colpito il clan Libri: esponente di An in manette

Sedici persone sono state arrestate dalla Polizia a Reggio. Tra queste Massimo Labate eletto consigliere comunale

REGGIO CALABRIA. Sono sedici le persone colpite dal provvedimento restrittivo emesso dal giudice delle indagini preliminari Concettina Garreffa distrettuale su richiesta della Dda nell’ambito di un’operazione della polizia di Stato nei confronti di presunti elementi della cosca Libri di Reggio Calabria. Tra le persone arrestate figura anche Massimo Labate, 41 anni, consigliere comunale di An in carica, poliziotto in aspettativa per motivi politici. Il politico, il suo segretario, Vincenzo Pileio (44), ed Alessandro Collu (32), Francesco Giuseppe Quattrone (32), e Filippo Rodà (28) devono rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa; gli altri arrestati sono ritenuti responsabili di “aver organizzato un’associazione per delinquere di tipo mafioso operante nel territorio compreso tra i comuni di Reggio Calabria, Villa San Giovanni, denominata “cosca Libri”. “L’organizzazione - secondo l’accusa - era finalizzata alla commissione di omicidi, estorsioni, al controllo del territorio e delle attività produttive, all’acquisizione in modo diretto o indiretto, alla gestione o, comunque, al controllo di attività economiche, di cessioni, di autorizzazioni, di appalti e servizi pubblici, per acquistare vantaggio o profitti ingiusti”. Il tutto avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva. Labate e Pileio, in particolare, sono sospettati di avere, “il primo nella sua veste di consigliere comunale presso il comune di Reggio Calabria, il secondo nella qualità di segretario del primo, contribuito a conservare e rafforzare la cosca Libri”. Quattrone Collu e Rodà avrebbero “con le proprie condotte favorito gli uomini di vertice della cosca, consentendo a questi di ottenere vantaggi occulti ed ingiusti, intestandosi fittiziamente ditte e società riconducibili ai vertici dell’organizzazione”. Gli altri colpiti dal provvedimento sono Pasquale Libri (68), sorvegliato speciale, Giuseppe Libri (49), Antonino Caridi (47), Antonino Sinicropi (38), Bruno Antonino Crucitti (48), Antonio Libri (24), Cristofaro Zimbato (31), Pietro Marra (21), Giovanni Chirico (28). Nel corso dell’attività investigativa della squadra Mobile della questura è stato accertato come i vertici dell’organizzazione avessero istituito una tangente estorsiva pari al 2-3% del valore complessivo di ogni opera o lavoro, tanto di natura pubblica quanto privata, che interessava il territorio di competenza della consorteria. Lo stessa organizzazione imponeva poi le proprie ditte di riferimento, in particolare la Realcementi di Bruno Crucitti. La cosca in questione, fino alla morte è stata gestita dal boss di Cannavò Mico Libri (nella foto in alto a sinistra), al quale sono subentrati il fratello Pasquale Libri ed il genero Antonino Caridi. Le tangenti e la loro spartizione sarebbero state decise durante un summit tra i rappresentanti delle famiglie De Stefano, Tegano, Rosmini e Condello, ai quali, secondo le indagini, avrebbe preso parte il superlatitante Pasquale Condello detto “il supremo”(nella foto a destra). Il Gip ha disposto il sequestro preventivo di alcune imprese: I.T.E.R. e Galatea di Pietro Quattrone, della cooperativa sociale “San Giorgio” e della Realcementi. Un ruolo importante in seno all’organizzazione l’ha ricoperto, fino al suo assassinio, Salvatore Tuscano, autista di Pasquale Libri, il quale “assieme al capo controllava capillarmente il territorio recandosi personalmente sui cantieri per verificare se le ditte avessero pagato le tangenti loro imposto e se si fossero rifornite di cemento dalle imprese affiliate e collegate”.

venerdì 20 luglio 2007

'Ndrangheta: 15 arresti a Reggio

(ANSA) - REGGIO CALABRIA, 20 LUG - La squadra mobile di Reggio Calabria ha arrestato la notte scorsa 15 presunti affiliati alla cosca Libri operante nella citta'. Nell'operazione, secondo quanto si e' appreso, sono stati arrestati i vertici della cosca, una delle piu' potenti della 'ndrangheta. In manette, sono finiti anche quello che viene ritenuto il capo della cosca, Pasquale Libri, fratello del defunto boss 'Mico', e il consigliere di Alleanza nazionale del Comune di Reggio, Massimo Labate (nella foto).

mercoledì 18 luglio 2007

Gratteri Nicola; Nicaso Antonio - Fratelli di sangue

Titolo
Fratelli di sangue
Autore
Gratteri Nicola; Nicaso Antonio
Prezzo
€ 20,00
Dati
2006, 320 p.
Editore
Pellegrini



La 'ndrangheta è ricca, forse più ricca di Cosa Nostra. Ha un volume di affari che si aggira intorno ai 36 miliardi di euro. È potente, pervasiva, ha ramificazioni internazionali, ma non fa notizia. Nicola Gratteri e Antonio Nicaso fanno notizia. E ci si immergono fino al collo a raccontare la potenza e le possanza della 'ndrangheta. E non a caso. Nicola Gratteri è sostituto Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, da sempre in prima linea contro mafie e fenomeni malavitosi. Antonio Nicaso parte dalla 'ndrangheta e alla 'ndrangheta arriva con la scrittura , la perizia giornalistica, la ricerca scientifica e l'inchiesta. A quattro mani stilano in questo volume il fascinoso racconto della camaleontica metamorfosi di un'organizzazione che, felpata e quasi impercettibile, giganteggia ovunque riuscendo bene ad adeguarsi alle nuove esigenze del mercato, senza mai venire meno alle proprie caratteristiche, alle proprie regole e ai propri valori, come il silenzio e il vincolo di sangue. Da qualche decennio, è leader incontrastata nel traffico di cocaina dal Sud America verso l'Europa, ma per molti continua ad essere una versione stracciona, casareccia della mafia siciliana, un fenomeno tipico dell'arretratezza, rinchiuso in Calabria nella monocultura delle faide.

W l’Italia, Iacona, e quella piazza vuota a Locri

Segnalo qui di seguito il post di Aldo Pecora (ideatore e promotore dell'associazione "ammazzateci tutti") sulla diretta di ieri sera della puntata di W L'Italia tratto dal suo blog personale http://www.aldonline.it/

"Diverse persone hanno scritto sul forum di Ammazzateci Tutti chiedendo il perchè non fossimo in piazza a Locri nell’ultima puntata di “W L’Italia Diretta” di Riccardo Iacona. Ho già avuto modo di rispondere che era ovvio che la piazza fosse vuota, perchè così l’hanno voluta autori e conduttore del programma. Forse faceva più film western. Non a caso penso che solo un cieco non avrebbe notato che tutta l’area del piazzale era TRANSENNATA.Comunque le risposte a questo “assenteismo di massa” potrebbero essere tante.Premettendo che ognuno fa le cose per come si sente; premettendo, tra l’altro (ma è solo un esempio), che molti ragazzi e ragazze si troveranno ancora nelle rispettive sedi universitarie a buttare il sudore sui libri per gli ultimi esami prima dell’estate, non vi chiedete come mai non ci fosse nessuno, nessuno striscione, nessuna dimostranza?Ebbene la risposta l’ha data il sostituto procuratore Nicola Gratteri: la gente è sfiduciata e stanca di queste passerelle mediatiche, di tutte queste telecamere dall’evento usa e getta; e tanto più lo è quando si vuole confezionare una trasmissione dove ti si dice in partenza, come ha fatto Iacona in privato, che le tue istanze non interessano alla puntata, ovvero che non è prevista la partecipazione di nessuno <>.Ovviamente chi ci scrive è libero anche di criticarci, per carità, ma a chi ci critica chiedo: E VOI DOVE ERAVATE? PERCHE’ FARVI SEMPRE SCUDO SOLO DI NOI RAGAZZI?Personalmente mi sono stancato di fare il Robespierre dell’antimafia, o il Gabibbo della legalità calabrese, o l’ultimo dei Don Chisciotte, armato di sogni, speranze e buone intenzioni.Non possiamo essere nè io, nè Rosanna Scopelliti, nè nessuno dei ragazzi a farci carico di tutto questo.Qui in Calabria si muore, è vero.Ma “come” e “perchè” si muore non è riconducibile certamente solo alla ‘ndrangheta, perchè questa è solo la scusa “folkloristica” che fa comodo a molti cucire addosso alla nostra bellissima terra.Dicevo, qui si muore, ma non solo di lupara e per affari sanitari.Qui, in Calabria, ci sono centinaia di migliaia di piccoli grandi eroi, padri e madri di famiglia che con 1.000/1.200 euro devono tirare avanti intere famiglie.Uomini e donne, giovani, che nel quotidiano vengono uccisi nella dignità e sfregiati nell’orgoglio.Questa Calabria, la nostra Calabria, si è stancata dei vari Santoro, Iacona, ed altri che vengono a farci vedere come siamo truffaldini nelle Asl e come la gente muore ammazzata. Non abbiamo bisogno di commiserazione ma solo di un minimo di fiducia.Perchè non fanno mai vedere come si tirano avanti con sacrifici abnormi le coopeative sociali ispirate da Monsignor Bregantini, ad esempio?Perchè non si parla di tutti quei giovani precari, delle migliori intelligenze che sono costrette a diventare “esportatori di conoscenza” lontano dalla Calabria?E soprattutto, perchè mai un’inchiesta seria sulla grave crisi democratica o dello Stato di Diritto (come detto da De Magistris) e di credibilità (per dirla con Gratteri), ovvero nei confronti della più abietta classe dirigente che la Calabria abbia mai avuto?Quella stessa Calabria dove il Vicepresidente del consiglio regionale, lo ricordo, è stato ucciso proprio in un seggio elettorale, non sotto casa, ma in un seggio elettorale.Io ripartirei da qui, prima ancora di chiederci “perchè non eravate lì” chiedetevi, voi, “perchè avremmo dovuto esserci”?Mi si risponderà, “sì certo, ma comunque non c’eravate”. E’ vero.Come non c’era però l’imprenditore Pino Masciari, oggi testimone di giustizia che, dopo aver denunciato i suoi aguzzini adesso rischia di ritrovarseli sotto casa tra un patteggiamento allargato ed una prescrizione del reato.Come non c’era Liliana, la straordinaria mamma-coraggio (o mamma-detective) di Massimiliano Carbone, che non lotta per una vita che ormai non c’è più, ma per una vita che c’è.Come non c’era la signora Antonella Vettrice, con in braccio il piccolo e meraviglioso Emanuel, che non ha mai conosciuto il suo papà Renato, scomparso da Bovalino circa due anni fa e probabile caso di lupara bianca.Come non c’era lo stesso vescovo Bregantini, che sa sempre ha avuto parole durissime nei confronti dei poteri forti nella locride ed in Calabria.Come non si è parlato per niente, a proposito di poteri forti, della devastante potenza delle massonerie (coperte e non per me non fa differenza) nella locride, quelle che mettono d’accordo più volte non solo destra e sinistra, ma anche le stesse ‘ndrine ed i locali di ‘ndrangheta. Quelle stesse massonerie che, tra l’altro, avevano cercato di infiltrare persino il movimento spontaneo dei ragazzi (e non solo) sin dalle prime manifestazioni, grazie evidentemente ad importanti amicizie con determinate parti della politica regionale.E non ho paura di quello che non solo dico da tempo, ma che ora sto scrivendo in un forum pubblico e che è letto da decine di migliaia di persone al giorno da tutta Italia.Peppino Impastato aveva la sua radio, io cerco di utilizzare internet per far sapere queste cose.E Dio solo sa quanto queste cose un giorno potrebbero costarmi caro, molto caro.A voi che leggete, però, chiedo di tenere a mente questo: la mafia, le mafie, sono fatte non solo di omertà ma di silenzi. Chi oggi non parla, soprattutto a chi vuole essere parlato, è complice.E forse per questo motivo io in primis ho peccato forse di eccessivo presenzialismo televisivo, ma ogni volta che l’ho fatto l’ho fatto per “sfruttare” questo tipo di media per veicolare il mio punto di vista, il mio modo di vedere le cose, cercando di parlare a chi vuole essere parlato (l’espressione non è mia ma del grande scrittore calabrese Corrado Alvaro), senza censure, senza condizionamenti, senza recitare una parte.Poi, con il tempo, anche in quegli ambienti hanno cominciato forse a passarsi parola che la mia rappresenta una voce scomoda, ed infatti ora molti ci pensano su non due ma cento volte prima di invitarmi da qualche parte.Detto questo, ognuno sia libero di farsi la propria idea e trarre, se lo ritiene opportuno, le proprie personali conclusioni.Io nel mio piccolo, come credo tantissimi altri ragazzi attivisti del Movimento, continuerò a cercare di parlare liberamente a chi vuole essere parlato, con o senza senza telecamere."

martedì 17 luglio 2007

Il Gruppo folkloristico "Asprumunti" di Cardeto al Festival della Collina di Cori (LT)

La presentazione della rassegna tratta dal sito http://www.festivaldellacollina.com/

Festival della Collina Incontri con il Folklore Internazionale C.I.O.F.F.

Il Festival della Collina – Incontri con il Folklore Internazionale – C.I.O.F.F. (Conseil International des Organisations de Festivals de Folklore et d’Arts Traditionnels) è stato organizzato per la prima volta nel 1974 dall’Ente Provinciale per il Turismo di Latina con la collaborazione della città di Cori, per la parte logistica, e degli Sbandieratori dei Rioni di Cori per la parte tecnico-organizzativa ed i rapporti internazionali.

Ogni anno, in luglio, il Festival ripropone un gioioso appuntamento fatto di danze e di musiche della tradizione popolare di tutto il mondo.
Il Festival della Collina trova la sua giusta residenza nelle città collinari a nord della provincia di Latina, ricche di tradizione e d’arte, senza però rinunciare a spingersi verso le città vicine al mare e verso la città di Roma.
La città che ospita i gruppi internazionali è Cori, una delle più antiche città d'Italia.
La provincia di Latina, e Cori in particolare, diventa ogni anno un crocevia nel quale circa 300 giovani provenienti da tutti i Continenti si incontrano, si conoscono, imparano a stimarsi e ad amarsi.
Dalla prima edizione circa 200 gruppi, provenienti da 65 nazioni, hanno partecipato alla manifestazione.
L’Ente organizzatore del Festival è l’Associazione Sbandieratori dei Rioni di Cori che cura anche la direzione artistica e tecnica della manifestazione.
L’organizzazione si avvale dell’importante collaborazione della Sezione C.I.O.F.F. Italia, della Provincia di Latina, della Fondazione “Roffredo Caetani” e dell’Azienda di Promozione Turistica di Latina, titolare della manifestazione.
Visitate il sito per conoscere il programma!!
Questa, invece, la nostra presentazione alla rassegna....

Gruppo Folklorico "ASPRUMUNTI"
Cardeto

Il gruppo "ASPRUMUNTI" di Cardeto, è uno dei più antichi e prestigiosi gruppi folkloristici della Calabria. Gia' nel 1928, l'attuale presidente onorario, Sig. Domenico FEDELE, ballo' alla presenza del Principe Umberto di Savoia, il quale rimase affascinato e trasportato dalla danza del piccolo ballerino.
Il gruppo vanta anche di comparse in prestigiosi film degli anni cinquanta, come: "Patto con il diavolo", "Il brigante di Tocca Lupo" e "Carne inquieta". Negli anni piu' recenti è stato orgoglioso di vincere per due anni consecutivi (1999-2000) il "Festival Internazionale del Folklore" a Mattinata di Foggia.
Ma la particolarita' e la straordinarietà del gruppo "ASPRUMUNTI" si evidenzia soprattutto nel ballo: la "Ballata Cardoleda" testimonia oggi antiche memorie della civilta' MAGNO GRECA, ancora presente nell'area grecanica dell'entroterra apromontano. A "Cardoleda" ha dunque origini che vanno ricercate nelle arcaiche radici della danza greca.
Ancora oggi vedendo ballare i componenti del gruppo è possibile notare come i danzatori si lascino trascinare, abbandonandosi spontaneamente al ritmo, la danza assume il significato liberatorio-comunicativo, in cui emergono infiniti rituali simbolici, reminiscenze della potente civilta' colonizzatrice. Oggi il gruppo è formato soprattutto da giovani Cardetesi ai quali e' stato tramandato l'amore e la devozione per il folklore e la tradizione.
Un in bocca al lupo ai ragazzi che si esibiranno!!

Gli ultimi saranno i primi!! - Spot Regione Calabria

Questo il simpatico video di risposta allo scandaloso spot promozionale della Regione Calabria che da qualche settimana circola sulle reti Mediaset;


Oliviero Toscani all'università della Calabria


Lascio ai lettori ogni commento !!!!